Disuguaglianze territoriali e bisogno sociale


snai_logo3Per consentire al lettore una piena consapevolezza dei “fondamenti teorici” ai quali la Strategia Nazionale per le Aree Interne si ispira, di quali siano i razionali alla base di un approccio che si propone come innovativo e “destabilizzante” rispetto al passato, proponiamo di seguito un paio di contributi riferiti ad altrettanti interventi pubblici di Fabrizio Barca, considerato l’ideatore della SNAI.

Il primo, più strutturato riferimento è quello al testo della lezione per la decima Lettura annuale Ermanno Gorrieri svoltasi a Modena il 27 maggio 2015, dal titolo “DISUGUAGLIANZE TERRITORIALI E BISOGNO SOCIALE: LA SFIDA DELLE AREE INTERNE” (Lettura2015_FabrizioBarca.pdf).

Il secondo contributo è offerto dalla conferenza svoltasi il 4 giugno del 2016 in occasione del Festival dell’Economia di Trento – I luoghi della crescita, dal titolo “CRESCERE SENZA FUGGIRE: L’ESPERIENZA DI UNA POLITICA ATTENTA AI LUOGHI” con Fabrizio Barca e Luigi Guiso.
Il video e il podcast del dibattito sono disponibili al link Crescere senza fuggire.

Di seguito la sintesi del primo contributo.


fondazione-gorrieriDISUGUAGLIANZE TERRITORIALI E BISOGNO SOCIALE: LA SFIDA DELLE AREE INTERNE (sintesi)

Lo Stato deve impegnarsi a raggiungere l’uguaglianza e questa deve essere sostanziale


La relazione di Barca parte dall’esplorazione dei due concetti che ne costituiscono il titolo: disuguaglianze territoriali e bisogno sociale.
Il fatto che le Aree Interne soffrano di una particolare ineguaglianza fa riferimento ad un più generale impianto concettuale che riguarda sia le fondamenta costituzionali del nostro paese, sia la teoria economica e sociale.
Per quanto attiene ai principi costituzionali Barca propone una parafrasi che mescola quanto indicato dagli articoli 1, 3 e 49 della Costituzione, per affermare che affinché la sovranità appartenga realmente al popolo, questo deve avere la possibilità di pretendere che lo Stato agisca per realizzare un’uguaglianza sostanziale, ovvero agisca per rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. E che sono i partiti lo strumento a disposizione del popolo per ottenere una politica nazionale che rimuova gli ostacoli.
Come Amartya Sen molti anni più tardi, i padri costituenti capirono e ribadirono che la libertà non può essere solo formale e procedurale, ma anche e soprattutto sostanziale. E che non basta enunciarla, ma occorre perseguirla.


La Costituzione chiede che le possibilità di vita di ogni persona dipendano il meno possibile dal luogo in cui la persona è nata e vissuta


Poi l’autore, sempre con riferimento alla Costituzione, compie un passo avanti di tipo metodologico sottolineando come nei suoi articoli vi siano parole che costituiscono indirizzi di politica economica sul metodo, cioè sul come fare e non solo sul cosa fare: vale a dire, in primo luogo, quali sono i profili di ineguaglianza di cui darsi carico?
Le parole che la Costituzione, all’articolo 3, usa sono: “dignità”, “libertà di fatto”, “pieno sviluppo della persona umana”, “partecipazione dei lavoratori”.
In particolare il modernissimo concetto del “pieno sviluppo della persona umana” è una locuzione che assomiglia in maniera enorme all’enunciato di Amartya Sen: «dare a ognuno la possibilità di vivere la vita che desidera vivere».
Dunque, non dire loro quale vita devono vivere, ma consentire loro, metterli nelle condizioni di vivere la vita che desiderano vivere.
L’ineguaglianza a cui si riferisce la Costituzione riguarda dunque tutti gli aspetti della vita umana che sono rilevanti per vivere la vita che desideri vivere. Poi non è detto che farai la scelta della vita che desideri, ma devi essere libero, ad esempio, di potertene andare da un piccolo villaggio o di decidere di non andartene, libero di continuare a vivere nel Sud o di emigrare. Devi essere messo – dal punto di vista dell’istruzione, della salute, della capacità di muoversi, del superamento degli handicap – nella condizione di poter vivere la vita che ritieni di poter vivere.

Il secondo profilo riguarda la causa delle ineguaglianze, ed in questo caso l’espressione chiave è “condizioni personali e sociali”, sempre nell’articolo 3.
Quando perseguiamo l’uguaglianza viene spesso sollevato il tema della diversità tra le persone o del diverso impegno che le persone mettono nel vivere la propria vita. Ci si domanda allora: perché la Repubblica dovrebbe rimediare all’effetto di libere scelte personali e non lasciare che un impegno diverso produca risultati diversi per persone diverse? E infatti non è questo che la Costituzione scrive: essa invita ad affrontare le differenze fra le “circostanze” non fra gli “impegni”. Si pensi alla scuola. La Costituzione chiede che le possibilità di vita di ogni persona dipendano il meno possibile dal luogo in cui la persona è vissuta, dalla famiglia in cui essa è nata, dal numero di libri che i suoi genitori hanno letto o di quanto gli hanno trasmesso.
Ed è qui che si annida la prospettiva «territoriale» implicita nel dettato costituzionale: perché una larghissima parte delle “condizioni personali e sociali” deriva non solo dalla famiglia in cui nasci, ma dal contesto territoriale in cui ti trovi a vivere. Nel caso della scuola, ad esempio, sui divari nelle competenze degli studenti, Nord, da una parte, e Sud e Centro, dall’altra, le “condizioni territoriali” arrivano a pesare per un terzo del divario medio. Di tale terzo non si può dare la responsabilità agli insegnanti e neppure alla famiglia, perché esso dipende dal territorio in cui nasci. È dunque interesse della Repubblica che queste differenze di contesto territoriale siano rimosse.
L’ultimo profilo fa riferimento al compito di “rimozione”: la Costituzione, ancora all’articolo 3, affida alla “Repubblica” – quindi non solo allo Stato, ma a tutte le articolazioni istituzionali e sociali della comunità nazionale – il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” che limitano “di fatto la libertà e l’eguaglianza”.
Non c’è bisogno di essere di una determinata parte sociale per riconoscere ciò che è ovvio: chi ha maggiori interessi economici ha maggiore capacità di influenzare le decisioni economiche. Ma se questo è vero, la Repubblica deve costruire un sistema di contrappesi che bilanci questa inerzia, che altrimenti si determina e amplia nel tempo.
Per un motivo che è tornato a illustrarci di recente Daron Acemoglu riprendendo le tesi di Karl Marx: le classi dirigenti, anche quelle ben intenzionate all’inizio, una volta arrivate al potere – chiunque esse siano – inevitabilmente tendono a costruire condizioni volte a perpetuare la posizione che hanno raggiunto.
E poiché la rimozione delle ineguaglianze vuol dire creare spazi nuovi a persone creative, indipendentemente dalle loro condizioni economiche e sociali, minacciando così gli equilibri che si sono creati, la riduzione delle disuguaglianze viene avversata.

C’è una seconda ragione del perché lo Stato debba proporsi di rompere gli equilibri di potere: coinvolgere il più vasto numero possibile di cittadini nel concorrere a disegnare l’azione pubblica, per utilizzare le loro conoscenze.
Per ridurre l’ineguaglianza non basta volerlo fare; specie se hai – come devi avere – a cuore anche il premio del merito, la necessità di non scoraggiare l’impegno individuale, e quindi se non vuoi perseguire una politica re-distributiva in cui si continua a levare a chi ha dato di più e si trasferisce a chi ha dato di meno.
Realizzare e sostenere misure per l’uguaglianza richiede allora molta conoscenza e questa conoscenza puoi mobilitarla e mettere a uso solo se persegui eguaglianza anche nella partecipazione dei cittadini al processo decisionale.


Lo Stato deve essere destabilizzante: deve subordinare i trasferimenti all’apertura delle classi dirigenti locali a un forte rinnovamento


Barca prosegue applicando l’impianto costituzionale decritto all’oggetto del suo intervento: il territorio. E passa ad analizzare il potere, le intenzioni delle classi dirigenti e la conoscenza necessaria per le politiche con riferimento allo specifico obiettivo di rendere il meno influenti possibile le circostanze di nascita, il dove sei nato.
Sulla responsabilità delle disuguaglianze all’interno di una nazione Barca non ha dubbi: nella stragrande maggioranza dei casi un contributo significativo alle disuguaglianze territoriali all’interno di una nazione deriva proprio dalle scelte delle classi dirigenti locali.
Questo è vero ad esempio per il Mezzogiorno: una responsabilità significativa della situazione attuale del Sud è la scelta delle classi dirigenti del Mezzogiorno di non cambiare. Perché? L’autore fa un esempio. Se sono parte della classe dirigente – politica e/o imprenditoriale – di un micro-territorio in cui c’è una specializzazione industriale saltata, la tentazione che avrò è di unirmi all’insoddisfazione generale della popolazione, amplificarla, e «ricattare» lo Stato con la minaccia dei licenziamenti per chiedergli che mi dia sussidi per continuare a finanziare le aziende decotte e non più rilanciabili del mio territorio. Questa politica mi consente di continuare a stare in piedi, di rimanere l’ago della bilancia. È quello che hanno sistematicamente fatto parti rilevanti della classe dirigente del Mezzogiorno dalla metà – fine degli anni sessanta a fine anni novanta: mi propongo ai cittadini come l’intermediario fra locale e centrale che vi consentirà di «continuare a campare».
Mi serve allora che le disuguaglianze permangano e che questi fondi non vengano utilizzati per ridurre davvero le disuguaglianze, perché se ciò avvenisse io non servirei più a niente: verrebbe su una classe dirigente di creativi, di innovativi, di persone oggi senza voce che con ogni probabilità mi soppianteranno.
In conclusione: l’uguaglianza è spesso sistematicamente non perseguita dalle classi dirigenti che possono influenzarla con le proprie decisioni. Non è così ovunque. Ma lo è in moltissimi luoghi, che precipitano così in vere e proprie «trappole del sottosviluppo».

Ne consegue dunque che a livello territoriale, per attuare la Costituzione, occorre fare affidamento su un intervento centrale, e questo deve essere «destabilizzante», non deve assecondare le classi dirigenti locali. Com’è invece stato a lungo nel Mezzogiorno; ma anche nelle aree interne del Paese. In queste aree per anni e anni sono stati realizzati trasferimenti finanziari anche cospicui. Ma si è trattato di trasferimenti con cui i fondi sono stati messi nelle mani delle stesse persone in qualche modo responsabili del mancato rinnovamento e comunque senza fare da sponda ai più innovativi fra loro.
Per eliminare o ridurre le disuguaglianze territoriali, lo Stato deve invece subordinare i trasferimenti all’apertura delle classi dirigenti locali a un forte rinnovamento, alla creazione di spazi dove pionieri e voci innovative possono parlare ed emergere.
Ma, al tempo stesso, delle classi dirigenti locali non si può fare a meno. Una larghissima parte della conoscenza necessaria per raddrizzare un territorio non risiede infatti a livello centrale o regionale, ma nella testa degli abitanti del territorio e dei loro rappresentanti. L’attribuzione di un ruolo centrale alle comunità locali nelle politiche per i territori non deriva dunque dalla ricerca di consenso, ma da una questione cognitiva.
Dall’esterno, insomma, deve arrivare un contributo destabilizzante, ma esso deve attivare processi cognitivi, filiere cognitive, a livello territoriale.
La dispersione scolastica, ad esempio, è un fenomeno motivato in luoghi diversi da ragioni diverse e per affrontarla devi allora costruire una politica del territorio, e per farlo non importa solo cosa insegni e come insegni ma contano anche i rapporti con la famiglia, con il territorio, con le imprese del territorio, con le alternative alla scuola.
Non è solo questione di conoscenza dei bisogni sociali. Nei processi di cambiamento degli squilibri territoriali non mi devo limitare a una diagnosi dei bisogni: alle conoscenze incorporate nel territorio posso chiedere assai di più. Posso chiedere di fornire una parte della soluzione.
Insomma, l’obiettivo di rimuovere gli ostacoli (scolastici, nella fornitura dei servizi sulla salute, di cura degli anziani, dei bambini, di mobilità, di accesso alla rete digitale) ha bisogno di essere declinato, non solo identificando il bisogno del territorio, ma cercando di capire come in ogni territorio si possa soddisfare quel bisogno. Per realizzare la riduzione delle disuguaglianze il processo non è né dal basso verso l’alto, né dall’alto verso il basso. È tutte e due le cose assieme.


Il confronto fra informazioni diverse: è questo che accresce la possibilità di cambiare idea e di trovare soluzioni innovative sulle quali raggiungere un accordo


Pur essendo importante la partecipazione ai processi decisionali, è pur vero che alla fine qualcuno deve decidere ma, secondo Barca, il problema di questo Paese non è l’incapacità di prendere decisioni, ma l’incapacità di prendere decisioni giuste e soprattutto sostenibili, ossia decisioni sostenute da argomentazioni discusse e comprese in profondità. Chiarito questo, chi propone processi di partecipazione alle decisioni deve darsi carico della convergenza di questi processi, del fatto che essi si chiudono con una decisione entro tempi prestabiliti e rispettati.
Quali siano i requisiti affinché un processo decisionale partecipato converga in tempi certi, ce lo dice Amartya Sen: per assicurarlo, deve esserci un confronto aperto, acceso – che includa anche gli antagonisti, i contraddittori, coloro cioè che non hanno fiducia nello Stato – e informato.
Il requisito dell’informazione è fondamentale: chi si alza, dice la sua ma non si dà carico di portare informazione, non parli una seconda volta. L’informazione, l’accesso di tutti all’informazione esistente, la produzione di nuova informazione, il confronto fra informazioni diverse: è questo che accresce la possibilità di cambiare idea e di trovare soluzioni innovative sulle quali raggiungere un accordo.
Se c’è un vero confronto informato si cambia idea, se il confronto non è informato ognuno grida agli altri i propri pregiudizi.
In un confronto aperto, acceso e informato, se governato da persone che lo sanno realizzare, è più probabile raggiungere un accordo.
Sen ci dice che bisogna essere un po’ miopi quando si discute, non si deve pretendere di aver vinto rispetto al proprio «obiettivo finale», né ci si deve preoccupare del fatto che il risultato parziale possa rendere meno cogente la spinta verso il risultato finale. La domanda da porsi è piuttosto: l’accordo trovato rappresenta un miglioramento rispetto allo status quo? Se lo è, lo si deve accettare.


Aree Interne come filo di coesione e unità fra Sud e Nord del Paese: luoghi accomunati da identità, criticità e opportunità


Barca continua raccontando che la scelta di lavorare sulle «aree interne» del Paese maturò durante il governo Monti, quando egli ebbe la responsabilità di Ministro per la coesione territoriale. Lo condusse a questa scelta, a parte la sua personale inclinazione per la diversità delle «aree rugose» del Paese, sia la percezione di segnali forti, sotto-traccia, di innovazione e pionierismo che venivano da queste aree, sia la sensazione che, a differenza delle aree urbane, Sud e Nord del Paese siano uniti nelle criticità e opportunità di queste aree. E sappiamo tutti quanto è necessario al Paese ritrovare ragioni di unità nazionale.

Anche per la definizione di “area interna” si è voluti partire proprio dall’articolo 3 della Costituzione, e l’idea fu: seguiamo per una volta l’articolo 3 della Costituzione e misuriamo gli “ostacoli”.

Abbiamo allora definito le «aree interne» come le aree dove gli ostacoli sono particolarmente forti. Abbiamo preso i tre servizi fondamentali che fanno sì che la gente decida di vivere o di lasciare un dato luogo: scuola, salute, mobilità. Stai bene se sei in un «polo», dove hai l’offerta scolastica completa, un livello essenziale di assistenza sanitaria (e sociale) e una stazione da cui raggiungere la rete di trasporto ancora decisiva del Paese, quella ferroviaria.
C’è poi, decisivo, l’accesso alla rete digitale: ne abbiamo tenuto conto, ma in funzione degli altri tre servizi fondamentali, perché disporre di almeno 20-30 Mbps è essenziale per ampliare la gamma dei servizi di istruzione, salute e mobilità.
Successivamente, abbiamo calcolato la distanza e il tempo che i cittadini impiegano a raggiungere i «poli» o i «poli intercomunali», dove un’associazione di Comuni ti assicura tutti e tre i servizi necessari, e distinguendo poi tutti gli altri Comuni tra cintura, dove vivi a meno di 20 minuti di distanza dal polo, area intermedia, dove impieghi 40 minuti per arrivarci, area periferica, dove ne impieghi 60, area ultraperiferica, dove ti occorrono più di 80 minuti. Abbiamo così mappato questa Italia delle «aree interne». Ovviamente molte aree interne sono nell’Appennino o  nelle zone di montagna, ma non solo. Infatti cattivi servizi possono rendere «interni» anche territori orograficamente meno difficili, così come buoni servizi possono ridurre la dimensione delle aree interne.
Si tratta di una gran parte del Paese, anche considerando soltanto le aree periferiche e le ultraperiferiche: territori in cui vivono 4,5 milioni di abitanti, corrispondenti al 7,5% della popolazione, ma che comprendono ben il 30% del territorio nazionale.
Sette cittadini su cento sono dunque guardiani di quasi un terzo del territorio nazionale.
Cosa significa essere guardiani? Significa accorgersi che gli alberi si stanno piegando prima che la valanga venga giù uccidendo persone in fondovalle o bloccando la strada per mesi. Vuol dire prendersi cura degli alvei dei torrenti, tenere antichi terrazzamenti coltivati o rendersi conto che l’aumento delle aree boschive può essere pessima cosa quando è incontrollato e distrugge biodiversità.

E poi c’è la particolarità delle aree interne italiane che le rende attrattive per lo sviluppo umano: la loro diversità interna.
L’Italia è il paese più «rugoso» d’Europa. La «rugosità» è un concetto statistico.
Tanto più hai territori frastagliati, tanto più questo indice è elevato: per andare da un luogo a un altro impieghi assai di più.
Questa dote naturale di larghe aree del territorio nazionale, assieme all’esposizione al sole, alle differenze geologiche, agli orientamenti e distanze dal mare e dalle correnti gelide del Nord, ha prodotto un effetto importante: la compresenza a pochissima distanza di microclimi radicalmente diversi.
Questo fattore ha permesso a sua volta la crescita a pochissima distanza le une dalle altre di piante che provenivano da luoghi e continenti diversi della Terra. E questo ha originato a sua volta la forte diversità dei cibi. E ha favorito l’attrattività di questi luoghi per continui e successivi flussi migratori, che rigenerando di continuo la cultura locale hanno prodotto nuove diversità. Diversità naturali e culturali.

Da questo punto di vista, il nostro è un territorio enormemente ospitale. E questa ospitalità continua a manifestarsi «sotto traccia» ancora oggi: i dati ci dicono che le migrazioni recenti si inseriscono con successo in queste aree, pure in assenza di una qualsivoglia strategia nazionale, prendendo in mano e rigenerando culturalmente filiere produttive (del legno, della pastorizia, dell’artigianato).
Ma l’assenza di strategie, il deterioramento dei servizi, l’attrazione della vita o del lavoro urbano, l’egemonia di una cultura urbano-centrica hanno bloccato l’utilizzo di queste diversità, di queste potenzialità. E hanno indotto abbandoni successivi di queste aree e un declino demografico che, nonostante le immigrazioni, le sta spogliando.

L’autore prosegue chiedendosi: davvero la caduta demografica è un indice sintomatico delle «aree interne»? Purtroppo sì: la dinamica demografica va letta come il voto ultimo dei cittadini. È il segno che le cose non vanno: non faccio figli e me ne vado, e non arrivano altri in misura sufficiente a sostituirmi.
Ecco allora i dati demografici per le aree interne: i conti, purtroppo, tornano, il declino demografico è correlato all’ineguaglianza nell’accesso ai servizi. C’è fra i due un nesso che va probabilmente in entrambe le direzioni. Una spirale perversa.
Lo stesso vale per l’invecchiamento. Ci sono territori con più del 30% di anziani: se sei sopra a questa percentuale, o hai una forte immissione dall’esterno oppure vai verso la scomparsa degli insediamenti umani. La Liguria va in larga misura in questa direzione, e gli effetti del mancato presidio, che è sempre più difficile resistere, arrivano violentemente sugli insediamenti urbani della costa.
L’esempio ligure sottolinea il primo già richiamato «interesse nazionale» per la Repubblica a realizzare una strategia per le aree interne: l’imponente costo economico per tutto il Paese di perdere i guardiani delle aree interne.

Ma ci sono altri due interessi nazionali che motivano una politica dedicata a queste aree. In primo luogo, la capacità delle aree interne di rispondere meglio delle altre aree al modificarsi del contesto globale. Queste aree mostrano una maggiore resilienza al cambiamento climatico, ben colta sia dalla loro capacità di sottrarsi alle bombe di aria calda che colpiscono in modo crescente le città, sia dalla possibilità di ospitare popolazione che debba lasciare coste o aree fluviali messe a repentaglio dalla irregolarità delle piogge. Inoltre, le aree interne, con la loro fortissima diversità naturale e culturale, possono soddisfare meglio di altre la personalizzazione delle preferenze che caratterizza questa fase dello sviluppo: la domanda di cura di anziani o di persone con disabilità o esigenze speciali che cercano fuori dalle città la loro soddisfazione; la domanda crescente di un turismo esperienziale che chiede diversità naturali e culturali.
Il terzo interesse nazionale è il filo di coesione e unità fra Sud e Nord del Paese che corre lungo le aree interne, accomunate da identità, criticità e opportunità.
È anche a causa di questi tre chiari interessi nazionali che fino a oggi la Strategia nazionale per le aree interne ha navigato con timone diritto e il consenso di tre successivi Governi della Repubblica e di tutte le Regioni.


Cinque pilastri della SNAI o modi di fare politica economica di sviluppo


In conclusione Barca riassume i cinque punti cardine della strategia.

unoIl primo pilastro/requisito: DIALETTICA TRA  «CENTRO» E «LOCALE».
Consiste nella combinazione, da una parte, di un centro attivo capace di fornire un contributo di competenze e di destabilizzare equilibri ossificati, dall’altra, di una robusta proprietà da parte del livello locale, dei Sindaci.
Le disuguaglianze, come ho già detto, sono anche il frutto di scelte sbagliate delle classi dirigenti locali. Non possiamo selezionare le aree e limitarci a trasferire loro risorse, altrimenti non risolviamo il problema. Ma al tempo stesso le classi dirigenti locali democraticamente elette devono essere in pieno controllo del processo, al fine di assicurare la partecipazione del territorio, senza tuttavia legittimare, come avvenuto in passato, intermediari non democraticamente selezionati.
Abbiamo trovato la quadra fra queste due esigenze. Lo abbiamo fatto, prima di tutto, costruendo una squadra nazionale che fosse capace e pronta a spendere sul campo gran parte del proprio lavoro per accompagnare, vigilare, spingere, criticare, accogliere i processi locali. E poi promuovendo nei territori alleanze fra Comuni e i loro Sindaci e chiedendo loro di candidarsi a disegnare una strategia in una sorta di «sistema intercomunale permanente», e affidando a uno di loro il ruolo di leader riconosciuto. In due anni di lavoro congiunto fra questi due livelli e il livello regionale (che ha contribuito costruendo a sua volta squadre dedicate affidate a un referente del Presidente della Regione), sono state scelte 65 aree-progetto con circa 950 Comuni, 1 milione e 800 mila abitanti, circa un sesto del territorio nazionale.
Per effettuare la selezione, abbiamo prima di tutto considerato le aree che sono più distanti dai servizi e con indici di qualità dei servizi stessi più degradati (sulla base di una diagnostica composta da 140 indici). E fra queste aree abbiamo ricercato quelle che al tempo stesso mostrano segnali di vivacità o potenzialità in campo agro zootecnico, forestale, turistico o sociale.
Nell’analisi di campo abbiamo quindi confrontato le nostre misure con la percezione e le valutazioni del territorio. E abbiamo valutato la capacità di individuare e riconoscere leadership locali e i segni di vivacità creativa.
Sulla base di questa diagnosi, ogni Regione ha elaborato alcune proposte, che al centro abbiamo valutato ed eventualmente modificato. Successivamente ogni Regione ha scelto il prototipo con cui partire.

dueIl secondo pilastro: CITTADINANZA E «MERCATO», non interventi straordinari, ma sperimentazione di interventi ordinari e permanenti.
Alle aree selezionate è stato chiesto di elaborare una Strategia che aggredisca la tendenza demografica con interventi di miglioramento della cittadinanza e di promozione del lavoro e del mercato.
Non c’è un prius fra i due piani. Perché accessibilità/qualità dei servizi e lavoro sono condizioni contemporanee delle decisioni di residenza. Perché tentativi compiuti in passato di dare priorità al lavoro, ignorando i servizi hanno dato cattivi risultati.
Anche nell’affrontare il tema della cittadinanza e dei servizi abbiamo cambiato approccio rispetto al passato. Tradizionalmente, i fondi straordinari, spesso comunitari, sono stati impiegati, talora anche con buoni esiti, per produrre servizi, per la mobilità, la salute, l’istruzione, in aggiunta rispetto alle azioni ordinarie. Con il risultato che all’esaurirsi delle risorse straordinarie il servizio è venuto meno, tradendo la fiducia riposta nello Stato dai cittadini beneficiari.
Questa volta no. I fondi aggiuntivi appostati in Legge di Stabilità (per un totale di 190 milioni di euro) sono stati destinati a sperimentare interventi ordinari che Regione e Stato centrale si impegnano contrattualmente a rendere permanenti se, opportunamente valutati, mostreranno di aver dato esiti positivi.

treTerzo pilastro: NON PROGETTI MA PERSONE. Viaggiando nei territori siamo andati ripetendo come un mantra: «chiudete i cassetti, non tirate fuori progetti, fateci incontrare le persone».
Succede normalmente che gli amministratori locali, avendo la disponibilità monetaria, ricorrano ad assistenze tecniche per disegnare singoli progetti: si realizza l’intervento, c’è più lavoro per qualche tempo, ma non è chiaro di quale disegno di sviluppo esso faccia parte, né quali risultati possa ragionevolmente produrre.
Quindi, prima dei progetti, è invece necessario che venga disegnata una strategia per il territorio che sia fondata sulle idee e le pratiche dei «personaggi» del territorio: i creativi, i ragazzi, i medici, gli insegnanti, i dirigenti scolastici, i cooperatori sociali, gli imprenditori, gli artigiani.
Ci sono stati risultati. Ma si è rivelato difficile dare spazio a due categorie: i giovani, tenuti spesso lontano da un’attiva partecipazione agli incontri, e ancora di più i cittadini immigrati, anche quelli residenti da tempo in Italia e che pure svolgono un ruolo significativo in filiere produttive locali. Due aspetti sui quali migliorare il lavoro.

quattroIl quarto pilastro: UN CONFRONTO INFORMATO, ANCORATO A VALUTAZIONI E DATI.
Per fare emergere una visione del territorio, per identificare le filiere cognitive e i personaggi innovativi abbiamo fatto ricorso a strumenti partecipativi moderni (focus group, tavoli paralleli, interviste, indagini partecipate) che costruissero il confronto aperto, acceso e informato di cui si è parlato prima.
Abbiamo dedicato molta attenzione a rendere questo confronto davvero ricco dal punto di vista informativo.
La batteria di indicatori costruita per la fase di selezione è stata usata per verificare la sua quadratura con le percezioni locali e per creare un incentivo forte al territorio a proporre i propri indicatori, a presentare le proprie valutazioni con riguardo a fatti misurabili.
Ad esempio, nel caso della diagnostica usata nel confronto sul tema della salute, abbiamo misurato e sempre discusso con il territorio il numero di minuti necessari per un abitante – dopo aver chiamato l’emergenza (118) – perché l’ambulanza o altro mezzo arrivi. Il valore considerato accettabile è 16 minuti. Questi territori viaggiano tutti sopra quella soglia, talora arrivando a 40 o 70 minuti.
È stato assai utile per rendere concreto il confronto. Sarà di nuovo utile per fissare obiettivi di miglioramento concreti e misurabili ai quali mirare. Le stesse cose valgono per tutti gli altri indicatori.
Partendo da questi indicatori di risultato proposti dal centro, ogni territorio è andato individuando nel corso dell’elaborazione della Strategia i propri indicatori, quelli che i cittadini, i beneficiari delle azioni, ritengono davvero rappresentativi delle proprie aspirazioni. E nel disegno dei progetti verranno assegnate risorse finanziarie per misurare tali nuovi indicatori. Essi, assieme alla batteria di indicatori costruiti dal centro, costituiranno anche la base di una valutazione di efficacia degli interventi.

cinqueQuinto e ultimo pilastro: NORME DI PRINCIPIO PER APPRENDERE, LO «SPERIMENTALISMO DEMOCRATICO», che sorregge e racchiude tutti gli altri.
Per quanto noi riteniamo che l’impianto concettuale su cui la strategia poggia sia robusto, siamo consapevoli della nostra ignoranza e della necessità che l’attuazione sia disegnata in modo da apprendere e continuamente aggiustare il tiro. Le regole del gioco sono chiare ma al tempo stesso esse danno a tutti gli attori e a noi stessi la possibilità di «apprendere per strada», di modificare in modo motivato e comprensibile la rotta. È quello che Charles Sabel, nel solco di Dewey, chiama «sperimentalismo democratico».
Questa volta, a differenza di altre azioni in passato, abbiamo davvero messo in atto lo «sperimentalismo». Non abbiamo scritto all’inizio regole del gioco strette e immodificabili, ma principi che potessero definirsi meglio nel corso dell’attuazione.
Vedremo fra due-tre anni se questa svolta e le altre che abbiamo compiuto e che ho provato a descrivere si tradurranno in risultati apprezzabili per la vita e le prospettive delle «aree interne».
Noi pensiamo che se cultura e politica nazionali sapranno accompagnare questo processo, la “rimozione degli ostacoli” prevista dalla nostra Costituzione possa segnare in queste aree un vero progresso. E con noi lo pensano moltissimi protagonisti locali che attraverso questa strategia hanno avuto lo spazio per impegnarsi nel cambiamento.